“Mio padre è la chiave di volta e il giudice incontrastato di tutta la mia vita. È il modo in cui guardo mia madre, gioco con mio figlio, sorrido ad una donna. Proprio per questo è anche il principio generativo di quasi tutti i miei problemi, come lo è quasi sempre un padre per un figlio, soprattutto maschio”. A parlare è Giulio, figlio di Sergio Grossi, un uomo che ha seguito i dettami patriarcali di suo padre, e di innumerevoli padri prima di lui: fra le sue regole c’è il non dare baci e abbracci – altrimenti si passa da fregnoni – soprattutto fra uomini – altrimenti si passa da ricchioni – e non ballare, perché “è roba da femmine”. Quando Sergio ha un infarto facendo sesso con una collega di lavoro, la sua compagna Gabriella e la sua ex moglie Alba gli si stringono intorno, come fa il figlio diciottenne Giulio. Sergio si risveglierà dal coma senza ricordare nulla del suo passato. Ma da questo reset potrà nascere un uomo nuovo, e una nuova idea di mascolinità?
Se ami qualcuno dillo segna il debutto alla regia cinematografica di Marco Bonini, attore e autore il cui romanzo omonimo era stato anche il suo debutto letterario.
L’ispirazione è autobiografica e si sente che in questa storia c’è un’emozione autentica e un vissuto reale (non a caso la voce fuori campo che accompagna la narrazione è quella di Bonini, così come sono personali le foto di famiglia che si vedono all’inizio e alla fine del film). Bonini firma anche la sceneggiatura insieme a Francesco Bruni, la cui presenza si intuisce anche per la struttura iniziale che ci getta “in medias res”, come l’incipit di Ovosodo, e forse non è un caso che la storia d’amore fra Alba e Sergio nasca in un condominio popolare come quello del film diretto da Paolo Virzì. Bonini e Bruni si gettano in una storia magmatica e corale in cui l’amore è incarnato dalle donne, nonostante la frustrazione di improvvisarsi caregiver, nel caso di Gabriella, e la rabbia per tutto l’amore mal corrisposto, nel caso di Alba. In mezzo c’è Giulio, adolescente dolcissimo e paziente, che accetta il padre prima con i suoi difetti, poi con le sue fragilità. A interpretare Sergio, nella salute come nella malattia, è Edoardo Leo, che produce anche il film, mentre Alba ha il volto intenso e dolente di Giovanna Mezzogiorno e Biagio Venditti quello infinitamente tenero di Giulio. L’interpretazione migliore del gruppo è quella di Claudia Gerini nei panni di Gabriella, ricca di sfumature e “de core”. Ci sono debolezze e omissioni narrative, complice la complessità della storia, e mancano alcuni agganci alla realtà: apparentemente nessuno (tranne il personale medico) ha impegni di lavoro e mostra una disponibilità infinita di tempo e denaro, non ci sono riferimenti alla situazione economica di Sergio dopo l’infarto né alla possibilità (o carenza) di assistenza qualificata, un convalescente che dall’equilibrio precario può viaggiare da passeggero in motorino, e così via. Per contro Bonini mostra una buona capacità di gestire visivamente le (difficili) transizioni temporali, permettendo ai suoi personaggi di passare dal passato al presente e viceversa, senza soluzione di continuità, in un flusso che è anche quello dei ricordi di Sergio: il suo debutto alla regia fa sperare che prosegua su questa strada.
Riservato ai ragazzi tra i 3 e i 12 anni e agli over 65
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